domenica 7 giugno 2009

MAPPA SOCIAL NETWORK

via TechCrunch

Even on the Web, world dominance must be achieved one country at a time. While Facebook has long been the largest social network in the world, and should soon pass MySpace in the U.S., it is not the largest social network in every country. The map above created by Vincenzo Cosenza resembles more a game of Risk, with Facebook sweeping across the globe from the West.

Using Alexa and Google Trend data, Cosenza color-coded the map based on which social network is the most popular in each country. All of the light green countries belong to Facebook. But there are still pockets of resistance in Russia (where V Kontakte rules), China (QQ), Brazil and India (Orkut), Central America, Peru, Mongolia, and Thailand (hi5), South Korea (Cyworld), Japan (Mixi), the Middle East (Maktoob), and the Philippines (Friendster).

Apparently, Alexa already thinks that Facebook is larger than MySpace in the United States. And Maybe it is, or maybe Cosenza’s isn’t using the best data. But I love being able to visualize market dominance on acountry-by-country basis. I wonder what the map would look like using comScore data, some of which can be found in our recent social network valuation model.

Below is an interactive version of the map.

Crunch Network: MobileCrunch Mobile Gadgets and Applications, Delivered Daily.



venerdì 5 giugno 2009

METRICHE PER SOCIAL MEDIA

via Mauro Lupi's blog

IAB Italia ha recepito e tradotto un bel documento elaborato da IAB US che definisce le metriche per i social media. Pur trattandosi di un argomento relativamente nuovo e quindi ancora tutto da definire, questo documento è una buona base di partenza.

Sul sito IAB si può scaricare direttamente il PDF.


LA COMUNICAZIONE IN 50ANNI

Venturini ci segnala questo divertente ed intelligente video sull'evoluzione della comunicazione in 50 anni


giovedì 4 giugno 2009

JOSH BERNOFF E I BLOGGER ROMANI

via Aghenor di Stefano Vitta

Domani sera, grazie all’organizzazione di Mauro, i blogger romani avranno la possibiltà d incontrare Josh Bernoff.

Bernoff, coautore del libro Groundswell, winning in a world trasformed by social technologies, ha realizzato un approfondito studio su come i comportamenti dei consumatori siano stati influenzati dall’avvento dei social networks.

Particolarmente interessante questo tool che permette una rapida identificazione dei propri clienti di riferimento a seconda dei 6 gruppi descritti nella presentazione che segue.

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IL GIORNALISTA DEL 21° SECOLO

via Ferpi

di Renay San Miguel

Forse è un altro esempio di come le grandi menti pensino tutte allo stesso modo – o, nel mio caso, non tanto grandi menti quanto tanti che la pensano come Edward Wasserman, un professore di giornalismo alla Washington and Lee University e redattore in una agenzia di stampa nazionale.

Questa settimana avevo proprio l’intenzione di discutere la migrazione forzata dei giornalisti a spasso e di cosa potrebbero fare per guadagnarsi la pagnotta. Ormai sappiamo tutti quali sono i fattori in gioco: introiti pubblicitari in caduta, business plan dei media tradizionali in perdita, predominio di Internet quale fonte alternativa di notizie.

Sono sempre più i giornalisti, anche tra quelli di livello, che prendono in considerazione quanto sino a ieri sembrava impensabile: passare dalla vituperata Altra Parte, quella delle relazioni pubbliche. Ci pensano proprio, se già non hanno fatto il passaggio perché sono stati licenziati.

Ho detto al mio direttore che volevo lanciare una provocazione: suggerire ai giovani giornalisti freelance di trovarsi un lavoro diurno che li aiutasse ad arrotondare lo stipendio – sì, persino nelle rp – avviando un blog o entrando in un sito web di news già esistente nella loro città/comunità/quartiere che gli consenta di tirare avanti. Questo lavoro dovrebbe assolutamente essere pagato pochissimo, se non addirittura essere non retribuito.

Volevo anche evidenziare che in questa fase economica, per questi giornalisti, qualche vincolo etico dovrebbe essere allentato. Possono ‘manipolare’ per le imprese, ma devono poi astenersi dallo scrivere articoli su di esse. Ci vogliono nuove regole. La trasparenza deve essere la chiave. Va giudicato il lavoro, non il giornalista, ecc.

Questo è quello che ho proposto al mio direttore martedì mattina. Meno di mezz’ora dopo ho controllato i miei messaggi trovando l’articolo di Wasserman sul sito della Society for Business Editors and Writers (SABEW): ‘Keeping It Honest in a Freelance World.’ (“Mantenere l’onestà in un mondo di freelance”).

Fantastico. Scovato da qualcuno che Mike James, direttore dell’ormai traballante Newsblues.com, pensa possa essere uno che passa la maggior parte del suo tempo tra i canali di news e oggi pagato solo per starsene lì a pensare ‘in termini giornalistici’. Forse anche un Twitter-dipendente.

All’inizio avevo deciso di scrivere di qualcosa d’altro, ma poi non ci ho ripensato e ho deciso di utilizzare l’ottimo articolo di Wasserman, con le sue raccomandazioni per un nuovo codice per il settore dell’editoria, come punto di partenza anche per affrontare la tematica più da un punto di vista del giornalista freelance. Wasserman è uno che ha un ottimo lavoro a tempo pieno, tra l’altro.
Invece, Linda Thomas ed io no. Siamo giornalisti freelance (evviva la ‘trasparenza’!)

Il Freelance Balancing Act

“Nelle sue raccomandazioni parla di trasparenza e io credo che sia importante”, mi ha detto la Thomas, che tiene il blog “The News Chick” e che si occupa di media su SeattlePI.com, quanto resta on line del Seattle Post-Intelligencer, recentemente chiuso.
Questo blog è solo una delle oltre dodici collaborazioni che ha come freelance e che vanno da agenzie stampa a giornali locali a riviste regionali sino ad un paio di stazioni radio. Ha vinto premi, lavora regolarmente – ed ha anche qualche consulenza per le rp con grandi imprese. Si è quindi già trovata ad affrontare la questione trattata nell’articolo di Wasserman.

Chi fa parte della nuova generazione di giornalisti freelance è “continuamente sotto pressione”, dice Wasserman, “dovendo approfittare delle proprie capacità per guadagnarsi da vivere attingendo a numerose fonti. Lo stesso giornalista può trovarsi a scrivere un articolo per il nuovo sito web locale sulla banca di quartiere che ha dovuto chiudere, ad insegnare al college cittadino, a scrivere i testi per una brochure per una società di rp che ha un contratto con un gruppo immobiliare locale, a preparare, da ghost-writer, un intervento per un ex governatore – e a darsi da fare per cercare di ottenere un lavoro a tempo pieno come addetto stampa di un candidato al congresso che non si è ancora rivelato”.

Lo definisce ‘il modello op-ed passato dalle pagine di opinioni alle news’, visto che i collaboratori non sono legati all’editore da un contratto a tempo indeterminato e che i direttori avranno non poche difficoltà a determinare i vincoli etici.

I tempi in cui si scriveva per un solo direttore di un’unica organizzazione editoriale sono ormai finiti, concorda la Thomas. Afferma che il suo lavoro per le istituzioni – un modo totalmente diverso di scrivere – la rende libera da vincoli economici e finanziari consentendole di ‘stare’ sui fatti. E l’essere sincera sui suoi committenti è indispensabile a garantirle credibilità.

“Se ti occupi di qualcosa e tutti lo sanno – non nascondo niente, ecco per chi lavoro ed ecco quello che faccio – è più facile”, dice la Thomas, “bisogna rivelare tutto, anche i conflitti solo percepiti. Quando scrivo un blog con informazioni commerciali segnalo sempre anche per chi lavoro. Se i lettori sanno, sin dall’inizio, come stanno le cose, tendono ad accettarle. Se invece non lo sanno e lo scoprono in un secondo momento, lo consideraranno non etico”.

La sfida, per la Thomas, è tenere separati i suoi ruoli di rp e di giornalista, ma forse non come potreste pensare. “Non c’è un vero conflitto nel fatto di dover scrivere una storia in termini di relazioni pubbliche. Per quanto mi riguarda, se [il mio cliente] fa qualcosa che mi sembrerebbe degno di essere raccontato, non lo faccio, perché starei oltrepassando i limiti che mi sono imposti. Vorrei proprio raccontarlo, ma non posso. Ecco dove segno il mio limite personale. Mi dico ‘No, mi pagano e quindi meritano la mia lealtà’”.

Come me, la Thomas si è dedicata alla parte digitale e pensa che molti giornalisti dovrebbero fare lo stesso, ma concorda anche sul fatto che la mancanza di un modello di business, nel breve periodo, non ne attirerà molti altri.

“I blog migliori sono quelli gestiti da giornalisti,” afferma, “ma non sono sicura che saranno disposti a pagare per quello che vogliono fare”. E c’è anche la predisposizione genetica di molti giornalisti ad evitare le relazioni pubbliche come la peste.

“Di solito non si va a fare i giornalisti per caso”, _dice la Thomas. _“Si viene chiamati a farlo, e piace davvero. Quando invece ci si trova ad assumere un incarico di rp, si finisce per essere quasi rassegnati. Quelli che fanno bene le rp non dimenticano mai la loro anima di giornalista e neppure quello che le persone vogliono sentire e come devono trasmettere quella informazione. E’ possibile passare dall’altra parte ed avere lo stesso una vita felice. Credo solo che non ci saranno molti giornalisti che vorranno farlo”.

Può essere un punto controverso. “Comunque, di questi tempi, non sono davvero tanti i lavori di rp a disposizione,” conclude.

Le nuove regole del freelance

Wasserman mette a punto alcuni post-guida da sottoporre a scrittori e direttori e, ovviamente, la trasparenza riveste un ruolo importante, senza però esagerare con il rischio di creare confusione nei lettori. Potenziali conflitti e il rischio di doversi scusare per aver scritto una storia commissionata devono essere confinati tra il freelance e l’organizzazione giornalistica. I freelance devono vigilare su loro stessi e sugli altri.

Ok, ci siamo. So che di questi tempi il terreno comincia a farsi scivoloso, ma credo di farcela. Voglio occuparmi di notizie di attualità che riguardano la tecnologia e i media, ma credo di avere anche molto da dire sulle strategie per i contenuti digitali e i social media dal punto di vista del relatore pubblico.
Come ho già detto numerose volte, quello che conta è la storia che si racconta, indipendentemente dal fatto che si tratti di un articolo per un giornale o per un blog istituzionale. Se scrivo per quella società non scriverò su quella stessa società. Scriverò sul settore economico: l’avere collaborato con quella società me ne avrà dato una visione particolarmente approfondita.

Siccome qui si parla di conversazione, sono aperto a qualsiasi suggerimento su come addentrarsi in questo territorio nuovo e non penso sia necessario essere un giornalista di primo piano per dare dei suggerimenti.

Ovviamente, tutto questo risulterà inutile se a qualcuno verrà in mente di proporre un modello di business informativo on line che riporta i giornalisti ad un tradizionale rapporto con contratto regolare a salario fisso. Per concludere vi riporto il titolo, che non voglio commentare, di un’altra segnalazione che ho ricevuto: ‘Why Journalists Deserve Low Pay’ (“Perché i giornalisti meritano di essere pagati poco”): è un articolo del Christian Science Monitor di Robert G. Picard, professore di economia dei media alla Jonkoping University svedese.


tratto da TechNewsWorld

(traduzione F.C.)


mercoledì 3 giugno 2009

MURDOCH INSISTE: "IL FUTURO DEI GIORNALI E' NEL DIGITALE"

DA DAILY MEDIA.

Il futuro dei giornali è nel digitale. L’affermazione è del magnate dell’informazione Rupert Murdoch, il quale pensa che ci vorranno tra i 10 e i 15 anni perché i lettori abbandonino
completamente i giornali in materiale cartaceo. In un’intervista al canale televisivo Fox Business Network, che appartiene peraltro al suo gruppo, News Corporation, l’editore australiano dice inoltre che i giornali, in crisi per il calo
della diffusione del tradizionale formato di carta e per la diminuzione dei ricavi pubblicitari, dovranno far pagare l’accesso ai loro siti internet. In futuro, “al
posto di un giornale stampato su carta, il lettore ne potrà avere uno impresso
su dispositivi mobili che capteranno
i contenuti di un intero giornale attraverso collegamenti senza fili, e saranno aggiornati ogni ora o al massimo
ogni due ore”, ha detto Murdoch. Il proprietario del

Wall Street Journal e del Times, che ha ribadito la sua intenzione di far pagare
la possibilità di visionare i siti internet dei giornali del suo gruppo, pensa che,
in linea generale, sarà necessario nei prossimi anni “pagare per avere il proprio
quotidiano preferito sul web”. Una conferma di questa tendenza viene
anche da un’indiscrezione raccolta dal sito della rivista The Atlantic. I manager
dei maggiori gruppi editoriali americani hanno infatti dato vita a una riunione
riservata a Chicago nella quale sono state discusse strategie per permettere
il pagamento online dei contenuti giornalistici e per difendere la proprietà
intellettuale. La riunione, in un albergo nei pressi dell’aeroporto internazionale
di Chicago, avrebbe dovuto restare con ogni probabilità segreta. A promuovere
l’iniziativa è stata la Newspaper Association of America (l’organizzazione
degli editori dei quotidiani), sulla scia di audizioni che si sono tenute
in Congresso sul futuro della carta stampata. All’incontro hanno partecipato
anche esperti di antitrust, per valutare le conseguenze legali di eventuali alleanze
tra i media per proteggere le news online. Il vertice, secondo le indiscrezioni,
ha visto la presenza tra gli altri di manager dei gruppi editoriali Gannett,
New York Times Co., Scripps, McClatchy, Hearst, Advance, MediaNews
Group, Philadelphia Media Holdings, Lee Enterprise, Freedom Communications
e Associated Press.


martedì 2 giugno 2009

APPERO'


LO STUPIDARIO DELL'ADDETTO STAMPA

tramite Alessandro Longo di alex il 24/04/08
Rapporto amore-odio tra il giornalista e l’addetto stampa. In alcuni anni ogni collega colleziona un po’ di boiate divertenti sentite dall’altra parte della barricata, dove, almeno nell’ambito delle tlc, i veri professionisti si contano sulle dita di una mano (e molti sono ex commerciali riciclati, senza alcuna conoscenza di come funziona un giornale, di che cosa sia una notizia).
Nei commenti mettete le vostre esperienze. ANche rovesciate: di addetti stampa alle prese con giornalisti ottusi. Ce n’è per tutti. Senza nomi, però, please.

Un grande classico

“Buongiorno, vorremmo proporle un articolo sull’azienda di cui curiamo la comunicazione”
“Ma qual è la notizia?”
“Vorremmo un’intervista per parlare delle caratteristiche dell’azienda”

“Questa è un’offerta per le Pi-em-Ai”
(intendevano le pmi, pronunciata come se fosse un acronimo inglese, sentita due volte da due aziende diverse)

“La chiamiamo perché vorremmo migliorare la visibilità del provider di cui abbiamo cominciato a curare la comunicazione”

“Al telefono c’è il direttore marketing di XYZ e, dal profondo Sud, Alessandro Longo”
(Da un fortunatamente ex addetto stampa di un operatore, presentando le due parti di un’intervista)

“Qual è il tuo numero di casa? 099 eccetera? Oddio, proprio Africa…”
(Con tono serio e quasi disgustato, un’addetta stampa di un altro operatore)

“Non riesco mai a contattare Gilioli…”
“Ma scusa, a che ora telefoni?”
“Mah, alle 9, 9,30…”

“Potremmo suggerire un titolo?”
“Potremmo dare un’occhiata al titolo?”
(da addetti di un importante operatore)

“Abbiamo scritto questo per la nostra azienda, puoi pubblicarlo così com’è oppure in una versione sintetica”
(da un’e-mail arrivata non attesa, con due allegati, dove si faticava a capire quale fosse la notizia (come sempre), ma era ben chiaro all’inizio di che cosa fosse leader l’azienda in questione)

CONTINUA…


Project Natal - XBOX 360








"Benedetta sia la Rete?"

Nella conferenza dedicata alla Giornata Mondiale delle Comunicazioni (svoltasi domenica 24 maggio), P. Lombardi è intervenuto prendendo spunto dal titolo del Messaggio del Papa Benedetto XVI: “Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”, rinnovando la chiamata per la Chiesa a parlare alla ‘generazione digitale’:
“Una delle maggiori sfide che dobbiamo affrontare oggigiorno è quella dell’interattività e, direi, quella dell’interattività positiva. Come dovremmo affrontare questa sfida a tutti i livelli della vita di Chiesa? Per me in particolare, la sfida si presenta per negli sforzi di comunicazione della Santa Sede, e mi viene in mente la nostra esperienza a Radio Vaticana. Negli ultimi anni, Internet è stato, per noi, uno strumento importante che ci ha reso possibile diffondere i nostri contenuti ad innumerevoli utenti di tutti i tipi. Ora, tuttavia, la realtà della situazione che sta emergendo è quella in cui la grande questione non è solo la distribuzione dei contenuti ma una maggiore interattività.”
P. Federico Lombardi ha incoraggiato, quindi, tutti i comunicatori ad affrontare la sfida di utilizzare Internet per impegnarsi positivamente a diffondere il messaggio evangelico della Chiesa.
Leggi e scarica il testo completo qui


GEL LUBRIFICANTE

Gel Manix. Ad elevato potere lubrificante.


il Marketing parassitario...


Il poster è di H&M.

Ma se guardate bene, una mano anonima (?) ha aggiunto un piccolo dettaglio: una pubblicità parassitaria per Somatoline.


Chissà se si sono messi d'accordo o se è veramente un sorta di "ambush marketing" ?
Il potenziale di sfruttare le creatività (e gli investimenti media) degli altri per farsi un "free ride" in effetti potrebbe essere molto alto...
(via Quietglover)

[Fromil Marketing parassitario...]


IAB definisce le metrics dei social media.

Dallo IAB gli standard per definire i risulatati di delle campagne attraverso i social media.
Finalmente i marketers, le agenzie pubblicitarie e di PR avranno dei riferimenti precisi per misurare l’efficacia delle loro campagne. Interessante.


IL NYTIMES ISTITUISCE UN SOCIAL MEDIA EDITOR

DA MASSIMO RUSSO
Il New York Times, pur tra tutte le sue difficoltà finanziarie, indica ancora una volta la strada del cambiamento ai giornali nel rapporto con i nuovi media. Jennifer Preston è il nuovo caporedattore dei social media per il Nyt. Che fa un social media editor? Soprattutto due cose:

  • dissemina i contenuti del giornale nel modo più efficace sulle piattaforme digitali nelle quali ogni giorno si incontrano milioni di persone, per fare in modo che siano le notizie a trovare i lettori e non viceversa. I nuovi luoghi di aggregazione digitale sono YouTube, Twitter, Facebook, Digg, Flickr. Diverse centinaia di migliaia di persone sono ormai informate dal Nyt attraverso Twitter, la piattaforma di microblogging all’interno della quale il giornale distribuisce i propri titoli e link;
  • aiuta la redazione a utilizzare queste piattaforme come fonti di notizie e luoghi per raccogliere spunti per nuovi articoli (crowdsourcing).

Ecco la nota di servizio interna (via Nieman Lab) che informa i colleghi della sua nomina. Vi si legge tra l’altro
“Think of Twitter. Did you know that The New York Times is No. 2 on the Twitterholic.com Top 100 Twitterholics based on Followers? (Behind Ashton Kutcher but ahead of Ellen DeGeneres.) Don’t care? OK, but the point is that an awful lot of people are finding our work not by coming to our homepage or looking at our newspaper but through alerts and recommendations from their friends and colleagues. So we ought to learn how to reach those people effectively and serve them well. At the same time, more of us are using social networks to find sources, contacts and information”.


UNA MANIERA SMART DI UTILIZZARE I SOCIAL MEDIA

DA DIGITALPR: "

Chi utilizza i Social Media fa largo uso di strumenti che consentono di abbreviare gli indirizzi delle pagine web per inserirne i link. La Netiquette consiglia l’utilizzo di questi strumenti, su Twitter, ad esempio, è necessario anche per risparmiare caratteri, dato che se ne hanno solo 140 a disposizione.
Questi indirizzi web in versione ristretta vengono anche detti ‘Smart-Url, quindi l’associazione deve essere stata facile per la casa automobilistica, quando ha pensato di realizzare una sorta di url-shortener [pagina che accorcia gli url] brandizzato.

Ma il motivo per cui questa iniziativa merita di essere segnalata non si limita al riuscito gioco di parole:

  • la Smart ha realizzato uno strumento in qualche modo utile alla comunità online, non invasivo, quindi gradito
  • il servizio offerto, rispecchia e rafforza i valori del brand con un messaggio informale, pratico, che richiama i vantaggi della piccola city car:
    use so-smart.be to park large url’s into tiny spaces
  • in ultimo, ma non per importanza, l’elemento virale; ogni volta che un utente utilizza lo smart url brandizzato, diffonde l’iniziativa, perché nel nuovo indirizzo è contenuto il riferimento all’url shortener di Smart. Ad esempio questo post avrebbe il seguente indirizzo: http://so-smart.be/~0eh12n
  • ed una volta generato, compare il pulsante per twittarlo.

Qual è la maniera in cui la tua azienda potrebbe interagire sui social media?


COME SCRIVERE UN PESSIMO COMUNICATO STAMPA

DA FERPI: "

‘Come scrivere un pessimo Comunicato Stampa’ è il tema della prossima puntata di PuntoItalians, trasmissione video chat condotta da Beppe Severgnini in diretta su Corriere Tv, che andrà in onda giovedì 21 maggio alle ore 15.00.
Ospiti della puntata in studio Annamaria Testa, autrice di Farsi capire, Rizzoli, Mariella Governo, Consulente e docente di comunicazione e Betti Soldati, consulente ufficio stampa settore spettacolo.
L’idea di una puntata dedicata alla comunicazione scritta ha preso il via dal pezzo di Beppe Severgnini pubblicato su Italians e sul Corriere della Sera del 7 maggio scorso che così inizia:
‘Guida sicura verso il cestino. Ovvero: come scrivere un’e-mail (ndr o un comunicato stampa) kamikaze, destinati a schiantarsi nella posta eliminata. Bastano poche righe per garantirsi un’attenzione nulla e, con un po’ di sforzo, anche un certo risentimento da parte dell’ignaro destinatario’.
(Leggi qui l’articolo)
Tutti scrivono oggi, molti scrivono comunicati stampa e e-mail. Pochi però conoscono le parole e le tecniche più efficaci per farsi leggere, farsi capire e farsi pubblicare la notizia.
Il dibattito è caldo tra i giornalisti, negli uffici stampa, tra le migliaia di professionisti giovani e meno giovani che lavorano (o stanno per affacciarsi) nel mondo della comunicazione.
Vi invitiamo, quindi, ad inviare e-mail durante la diretta con dubbi, richieste, suggerimenti ed esperienze positive e negative.
Per vedere la puntata di giovedì 21 maggio in diretta, collegarsi al sito del Corriere Tv cliccando qui


YOUTUBE, OLTRE LA META' DEI VIDEO HA MENO DI 500 SPETTATORI

DA MASSIMO RUSSO: "

Statistiche fruizioni video Youtube
Numerello interessante: più della metà dei video di Youtube totalizza meno di 500 fruizioni, solo il 10% del totale è visto più di 10mila volte.

Tags: , "

T-MOBILE: 13500 PERSONE CANTANO IN TRAFALGAR SQUARE

DA ROBERTO VENTURINI: "T-Mobile colpisce ancora.
Dopo il flashmob danzante (vedi il primo video) alla Liverpool Station, hanno montato un flashmob canterino, in cui hanno catalizzato 13500 persone a cantare tutte allegramente (e molto stupite) in Karaoke di massa, come si vede dal secondo video.


10 REGOLE PER FARSI TROVARE DAI MOTORI DI RICERCA

DA MASSIMO RUSSO: "

Vedi alla voce strumenti utili: Robert Niles pubblica su Online journalism review un decalogo su come  migliorare l’indicizzazione (search engine optimization) dei propri contenuti giornalistici. Con uno strumento specifico per Wordpress.

REPARTI AZIENDALI E UTILIZZO DI INTERNET

DA MAURO LUPI:
Mentre preparavo la presentazione per il convegno di IAB durante l’Omnicom Expo tenutosi la settimana scorsa, ho predisposto uno schema sintetico che cerca di rispondere a una domanda complicata che mi sento porre spesso (seppur declinata in modo diverso): ‘cosa ci fa un’azienda con internet?’.
Il mio punto di vista, l’ho già espresso in un recente post a proposito del fatto che la Rete è utile (e talvolta indispensabile) in diversi contesti: l’importante è che li si utilizzi in modo selettivo seppur coordinato. Alla fine, la spiegazione scritta del mio pensiero non mi ha convinto del tutto e allora ho impostato il seguente schema.
Naturalmente la sovrapposizione dei diversi reparti aziendali rispetto alle classi di utilizzo, è da considerarsi come indicativa ma, spero, renda bene l’idea dell’orizzontalità della Rete nella struttura aziendale. Che ne pensate? Ho scordato qualcosa?
Per quanto riguarda le chart complete del convegno, sono già disponibili quelle del mio intervento (PDF) e a giorni ci saranno anche quelle degli altri relatori.


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